Geppino Fortunati ed il fratello Vittorio sono due personalità di artisti su cui è senz’altro utile lasciar soffermare la nostra attenzione, per alimentare la memoria storica a proposito di due figure che hanno dato molto all’arte non solo napoletana, spendendosi, tra l’altro, con grande passione, nell’ambito della pratica astrattista.
Inizierò a parlare di Geppino Fortunati, più anziano di Vittorio. Geppino era un'artista poliedrico ma soprattutto un uomo di grande preparazione culturale e artistica, con un bagaglio di esperienza dovuta ai suoi trascorsi in città come Parigi e Berlino. Lì a Berlino ebbe contatti con artisti del luogo e studiò nuove ricerche pittoriche, dalla neo figurazione al neo-cubismo e all'astrazione segnica.
L’astrazione fu il suo punto di forza, egli proponeva in alcuni suoi appunti: “L’astrattismo nato nei primi anni del 20esimo secolo, termine che indica quelle opere pittoriche e plastiche che esulano dalla rappresentazione di oggetti reali, ma usa un linguaggio visuale di forme e colori e linee con lo scopo di realizzare una composizione strutturale o interiore che possa coesistere con un grado di indipendenza delle referenze visuali nel mondo”.
Era un’artista schivo dalla mondanità artistica, egli ha cercato nella sua vita il solo operare per sé; e questo lo ha posto in una situazione tale, per questo suo carattere riservato, da non aver mai voluto fare mostre né in gallerie né in spazi pubblici. Le sue uniche apparizioni avvennero nel 1925, periodo nel quale, tenacemente contrario al regime artistico dell’epoca, insieme al suo amico Luigi Castellano (detto Luca) si opponeva al tipo di arte classica di quel momento storico. Egli proponeva, insieme a Luca, opere totalmente diverse e di sapore astratto; pertanto il regime dell’epoca, essendo di idee completamente diverse, vivamente invitò entrambi a non partecipare più alle loro manifestazioni.
Geppino ha continuato ad operare con opere dove non aveva valenza il colore ma il tratto libero, il segno.
La priorità in queste opere è di scelta delle dimensioni, anche di quattro metri per quattro, realizzate su cartoni fatti appositamente per lui, proprio per dare spazio al segno del suo tracciato, dove la libertà totale era piena, un segno cerebrale ed astratto, dove la mente prendeva il sopravvento sull’emozione e sul pensiero libero; il segno si trasformava in costruzione di immagini monocromatiche.

V. Fortunati, Mediterraneo , 1992
In quel periodo, nel lontano 1939, anche Vittorio, insieme al fratello Geppino, nella sua età giovanile seguiva e sentiva il sapore dell’arte del momento frequentando lo studio degli scultori Monaco e Meconio; e lì iniziò molto presto a seguire un percorso di disegno e pittura.
Tra il 1949 e il 1950, periodo di grande fervore nell’arte napoletana, Vittorio frequentò, in modo assiduo, l’artista Raffaele Lippi, non solo amico di famiglia ma anche amico stretto di Geppino. Così Vittorio, prendendo insegnamento da Lippi, lì incominciò a concepire in modo più chiaro e coerente le tonalità dei colori e delle
forme sviluppando opere di figurazione astratta dove il reale veniva sublimato dall’astrazione compositiva naturalista.
Vittorio e Geppino, oltre a frequentare Lippi, frequentavano anche l’amico artista Guido Tatafiore, già noto in tutta Italia; ed entrambi lo frequentarono in modo relazionale e artistico scoprendo insieme a lui nuove formulazioni della pittura e del segno. La loro frequentazione non si fermò con Tatafiore, si relazionarono anche con Andrea Bizanzio, artista raffinatissimo e di una sensibilità coloristica fondamentale per Vittorio che cercava nelle proprie ricerche nuovi cromatismi e forme.
L’amicizia con Bizanzio fu molto intesa condividendo insieme concetti, discussioni e teorie sul concetto della forma e scultura astratta geometrica.
Vittorio si impegnava moltissimo, ricordo che passava molte ore nel comporre e miscelare colori tra acrilici e calci per creare opere materiche e di spessore componendo i colori, i suoi famosi “gialli ocra”, le sue “terre bruciate” e il suo “rosso pompeiano” dipingendo anche opere di grandi dimensioni impegnando giorni e giorni; il suo lavoro veniva svolto soprattutto con le luci del mattino in quanto la luce solare era fondamentale per le sue opere: l’astratto delle mura di Napoli prese in piena luce solare dove i colori caldi si opponevano a quelli freddi. Sapori astratti portavano una propria interpretazione.
Nel 1984 Vittorio ebbe la fortuna di entrare e di far parte della Galleria “San Carlo” il cui proprietario era il musicista Raffaele Formisano; fu lì che Vittorio mi fece conoscere e prendere contatti con il proprietario della Galleria, della quale feci parte anche io esponendo i miei lavori nelle mostre collettive e nelle fiere d’arte ma anche in una personale.
Ritornando a Vittorio, nel 1984, fece una personale con il testo di Guido Tatafiore e in quel periodo egli incominciò a frequentare altri artisti: Renato Barisani, Carmine Di Ruggiero, Gianni De Tora. Ricordo le mostre fatte insieme a Vittorio, Barisani, Di Ruggiero e De Tora, sia all’istituto Grenoble di Napoli che a Roma presso l’Accademia d’Egitto e nelle tantissime altre esposizioni fatte con lui ed altri artisti sopra citati.
Ricordo le sue famose lezioni, quando mi parlava di materia, luce e spazio e che poi non era altro che il significato astratto del suo lavoro di anni. Egli ha letto molto nell’intimismo delle mura di Napoli, una città piena di sentimenti che diventano colori e architetture astratte; le rovine del passato e le frammentazioni delle mura dell’antica città sono state il punto principale di una ricerca proiettata tutta verso l’astrattismo. Il mio ricordo va a quando dipingeva su tele di sacco, con stesura di tela
a maglie larghe, le sue pennellate erano larghe e pastose creando un gioco di rilievi materici dal tufo giallo ocra al tufo grigio partenopeo; la porosità e la costruzione del tufo estratto dalla terra creavano forme inconsuete quasi geometrizzanti.
Vittorio oltre che un talentuoso artista è stato anche un uomo mite dal cuore grande, un marito e un padre attento e amorevole che si è dedicato tutto alla famiglia.
Bisogna dire che Vittorio, oltre ad essere un ottimo artista, ha, per anni, dedicato la propria attenzione professionale al restauro di opere del ‘700 e ‘800 napoletano collaborando, per anni, con il suo amico di nome Pucci con il quale aveva uno studio di restauro ad Ercolano; restauravano opere in Chiese e Palazzi nobiliari svolgendo la propria attività in Campania e nel resto d’Italia portando queste opere agli antichi splendori.
Devo dire che ho di questi due artisti non solo un ricordo dovuto all’arte ma anche legato alla mia infanzia, quando mio padre mi portava con lui in un palazzo di Via Chiaia, una zona di Napoli dalle parti di Piazza Plebiscito e ricordo che sull’uscio trovavo una signora di piccola statura attorniata da una miriade di gatti, era la sorella di mia nonna Ester, madre di mio padre, Zia Dora. Lì incontravo anche uno dei suoi figli Luigino; quando entravo in quella casa sentivo, oltre al miagolio dei gatti che invadeva tutta la casa, sentivo uscire da una stanza un profumo di colori, che per me somigliava al profumo di pane fresco appena sfornato; e lì c’era Geppino, mio zio, che stava mescolando i suoi colori ad olio e acrilici miscelando con acquaragia.
Rimanevo incantato nel vedere come dipingeva e costruiva forme di cartone geometrizzanti (scuola cubista braqueniana) e lui sovrapponeva strati di cartone colorati e sagomati creando stratificazioni, poneva colori ad olio composti con parti di acrilico realizzando forme e variazioni di forme geometrizzanti, composizioni di un fascino e di una bellezza molto particolari.
Anche Vittorio dipingeva, per un certo periodo con il fratello Geppino, ma, a sua differenza, Vittorio iniziò da una pittura neo figurativa, per ricercarne, poi, con gli anni, il suo significato dell’intimismo astratto delle famose mura di Napoli, mentre suo fratello Geppino, molti anni prima di Vittorio aveva abbandonato la forma neofigurativa per avvicinarsi a forme più dinamiche ed astratte fino alla ricerca di un segno unico interagendo tra segno e mente.
Ricordo Geppino, un uomo schivo, ma molto tenace e sicuro delle proprie idee e concetti, quante volte insieme a Vittorio andavamo al suo studio, studio ricavato da un grosso enorme garage ristrutturato, vedevo opere, enormi cartoni attaccati sulle
pareti dello studio con quei segni liberi mentali dove la linea segnava e tagliava liberamente come solchi quei fogli enormi e bianchi, segni di astrazione pura.
Molti discorsi si interloquivano tra Geppino e Vittorio, ascoltarli era un piacere ed io, come una spugna, cercavo di assorbire i loro discorsi.
Ricordo ciò che mi diceva Geppino: “Vedi un’artista serio è uno che sviluppa il proprio processo lavorativo per la durata di 10 anni, poi per 10 anni bisogna sviluppare bene l’idea prodotta nel vecchio processo lavorativo e 10 anni perché quest’idea venga imposta nel mondo sociale e della cultura”.
Io pensavo, tra me e me, quindi per tutta una vita e forse oltre un’artista non si ferma mai e deve sempre sviluppare e ricercare, in un modo intelligente ed equilibrato, nuove tecnologie e forme di arte e accettare anche quello che propone l’arte di oggi e restare sempre aggiornati.
Vittorio, a differenza di Geppino, anche condividendo alcune idee, riteneva che l’artista doveva ricercare e studiare ma è pur vero che doveva uscire dalle sole quattro mura dello studio per poter vivere con la gente e ciò che ci circonda, la luce, elemento creativo della città, i colori. Vittorio mi diceva spesso di stare attento all’equilibrio di un quadro e di inserire, in quell’opera, un massimo di 3 colori, possibilmente caldi da inserire in modo bilanciato che così l’opera, a livello visivo, non fosse in disequilibrio.
Certamente, per me, non era facile seguire le loro idee e concetti ma devo dire che, comunque, nel mio lavoro, ho riportato i loro consigli anche se il mio lavoro è diverso, la mia ricerca è portata verso l’astrattismo geometrico Madi ma riporta molto i concetti di Vittorio per quanto riguarda la luce e lo “smistamento” delle tonalità dei 3 colori di bilanciamento; ma uso materiale completamente diverso da quello di Geppino e Vittorio, mentre loro operavano su tele io opero con materiali plastici, il plexiglass, realizzando, fino a poco tempo fa, teche di plexiglass con fresatura ad incastro con forme geometriche colorate all’interno, anch’esse pure di plexiglass trasparente, riempivo queste teche di acqua e colla liquida e si cristallizzavano per la reazione chimica della colla che distrugge l’ossigeno dell’acqua e crea opere a specchi. Se ci si muove intorno a questa teca, si ha l’idea che gli oggetti all’interno si muovano e deformano, è solo una forma visiva (estroflessione ottica).
Oggi realizzo questo movimento con pannelli di plexiglas sui quali vado a collocare sopra questi pannelli tubolari oppure prismi (ottici) sempre di plexiglas trasparenti con colori al di sotto di ogni prisma, colori acrilici di plexiglas, tonalità coloristiche elettriche trasparenti.
I prismi o i tubolari, a seconda della loro lunghezza, vengono collocati su questo pannello e il movimento che si crea attorno è una scomposizione del colore con prismi bassi e colore più alto e con prismi alti e colore basso. Si creano delle forme “estroflesse visive”.
Chiusa la parentesi sul mio lavoro, ritorno a Vittorio e Geppino. Devo dire che negli anni passati e quelli di oggi ho ritrovato in loro sempre una grande coerenza di idee e intenti sia nella vita familiare che sociale; sono stati, dico sono stati perché oggi, purtroppo, non ci sono più e devo dire che per me ricordarli mi pone in una situazione di ricordi belli e pieni ma anche in una situazione di grande tristezza pensando che artisti e uomini come loro non ci sono più, ma comunque la loro eredità artistica, soprattutto per Vittorio, è costituita dai cataloghi e dalle opere custodite in molti musei nazionali ed esteri.

V. Fortunati, Senza titolo
